Thurpos

 

TRAMAS, TETI 3 DICEMBRE 2017

Thurpos (OROTELLI)

“Sos Thurpos”, così sono chiamate queste antiche maschere che appartengono a uno dei più importanti e suggestivi carnevali della Barbagia.
È stata un’insegnante, Giovanna Pala Sirca, insieme ai suoi alunni, e col contributo della memoria degli anziani del paese, a riscoprire nel lontano 1978 dopo quasi 40 anni, l’antichissimo carnevale di Orotelli che rischiava di essere dimenticato e perso per sempre forse a causa dell’emigrazione che ha interessato tanti giovani di questo centro.
I “Thurpos”, mimano uno di quei rituali agrari propiziatori praticati nell’antichità, caduti in disuso con l’avvento del cristianesimo e col tempo pervenuti a noi come carnevale.
La signora Pala intuì che sicuramente, con tale rituale i contadini di Orotelli facevano richiesta nei periodi di siccità ad una divinità pagana perché concedesse loro la pioggia, elemento essenziale per la crescita rigogliosa delle messi dalla quale dipendeva la loro sopravvivenza. L’economia di Orotelli infatti si reggeva soprattutto sull’agricoltura.
La divinità invocata doveva essere Maimone, o Dioniso, dio della pioggia. Nelle così dette feste Dionisiache, si onorava questo Dio mimando ciò che egli aveva fatto sulla terra. Testimonianza di questo fatto potrebbe essere la presenza nel nostro centro storico di uno spiazzo chiamato “vicolo Dionisi” dove confluivano le acque piovane di quasi tutto il paese (quando ancora non c’erano i pozzetti),andando a formare un fiumiciattolo chiamato appunto “Rio Dionisi”. Si può benissimo ipotizzare che questo spiazzo, fosse il luogo dove i nostri antenati si riunivano durante i riti dionisiaci, per onorare questa divinità e implorare la pioggia nei periodi di siccità.
“Sos Thurpos” indossano un cappotto di orbace nero “su gabbanu” col cappuccio calato sugli occhi, pantaloni e giacca di velluto, scarponi e gambali in pelle, una bandoliera di campanacci (“s’otturada”) e una fune legata intorno alla vita. Hanno il viso annerito dal sughero bruciato; questo e il rumore dei campanacci che le maschere agitano nel loro procedere, servivano ad allontanare le forze del male che potevano influenzare negativamente l’annata agraria.
Due “Thurpos” procedono avanti aggiogati come buoi e come tali non parlano ma muggiscono e scalciano tenuti a bada dal contadino “Thurpu Voinarzu” che li domina, li stimola e li guida con le redini, il pungolo e le urla caratteristiche del linguaggio del bovaro quando si rivolge ai buoi per spronarli a lavorare.
Una coppia di questi buoi trascina un aratro di legno seguiti dal “Thurpu Semenadore” che semina il grano prendendolo a manate da un recipiente di sughero (“s’upeddu”) e lanciandolo sul pubblico. Questo gesto rappresenta un augurio di fertilità e abbondanza per gli anni a venire.
Appresso va “su Thurpu Vrailarzu” (il maniscalco) con la cassetta degli attrezzi che ogni tanto si ferma per ferrare i buoi.

— con Michele Nieddu, Giusi Bosu, Antonella Nieddu, Gabriele Ortu, Paolo Deligia e Pasqua Nieddu