Bois Fui Janna Morti

 

Bois Fui Janna Morti (ESCALAPLANO)


L’ associazione culturale -Bois Fui Janna Morti-, è stata costituita da un gruppo di giovani appassionati del carnevale e di tradizioni popolari. Sicuramente tra i gruppi più giovani del panorama carnevalesco sardo, grazie alla loro passione per le proprie origini, le tantissime testimonianze orali degli anziani e un’attenta ricerca antropologica, hanno potuto valorizzare e riproporre queste maschere che ad Escalaplano uscivano regolarmente fino al 1956. Vive ancora ad Escalaplano una memoria orale diffusa di chi ha vissuto le modalità e i riti di questo carnevale.
La maschera si compone di tre figure, di cui le prime due fondamentali e principali:
Su Boi;
Su Omadori;
Su Fui Janna Morti.
Il bue (Su Boi), indossa sul capo una testa di bue con grandi corna, sulla schiena una pelle bovina e sul petto un grosso campanaccio (Sonallu), sorretto da una larga cinghia di cuoio (Oturada), il viso è annerito con la fuliggine del sughero, vestiti di nero con calzari in pelle e un grosso corno che viene fatto risuonare per simulare i muggiti.
“Is bois”, sono legati con una fune in pelle (Sa soga) e tenuti da un domatore (Omadori), stregone (Bruxiu), vestito con i vecchi sacchi in orbace (Su saccu e coberri) o anche con un capotto in orbace dotato di cappuccio (gabbanu a cuguddu); in mano tiene un bastone con laccio in pelle (Su fuettu o istrumbulu) con il quale punzecchia o frusta i “bois”. “Su omadori”, utilizza un ulteriore dettaglio, ossia la maschera (Sa faciola), fatta con l’osso del bacino del bue, che, nella tradizione sarda più arcaica, era indossata da chi era ritenuto in grado di comunicare con l’aldilà; l’osso di per sé, è simbolo di rigenerazione e vita.
Queste maschere ripropongono alcuni riti propiziatori, riconducibili al carnevale e legati anche al sacro mondo delle anime; sono riti che si ripropongono integri nei contenuti e nelle forme.
Al risuonare del corno il bue “Su Boi”, si esibisce in delle corse sfrenate per le vie del paese per incutere timore alle persone che trova sul proprio cammino. Si lancia sopra le persone, cercando di incornarle e si butta per terra emettendo muggiti. Ed è qui che interviene la figura del domatore “Su Omadori”, che lo trattiene con la fune “sa soga”, lo tira e lo punge con un bastone appuntito “su strumbulu”, e lo colpisce con il frustino “su fuettu”. Nella parte finale il bue viene costretto a rotolarsi per terra, dopo di
che, riacquista simbolicamente le sembianze umane, togliendosi il copricapo. Qui il rituale del rotolarsi per terra, viene inquadrato come terapia contro chi ha provato esperienze allucinatorie, che assumono l’aspetto tradizionale di un incontro con anime di defunti o altri esseri soprannaturali, o ancora uno stato di angoscia, di malessere fisico generale ed oscuro, provato senza conoscerne una ragione. E forse c’è un motivo quasi fisico, se, rotolarsi “Imbudrugai”, è il rimedio più efficace; strofinare per terra il corpo posseduto dall’anima maligna ,significa in fondo, restituire alla terra quel demone ctonio (sotterraneo, della terra), ovvero rimandare agli inferi quello spirito che
la sorte “s’ustinu”, ne ha cavato.
L’ultima figura, “su Fui Janna Morti”, è molto particolare. Andava in giro terrorizzando i poveri malcapitati che casualmente trovava sul proprio cammino e recitava la sua tipica filastrocca:
“fui fui Janna Morti, fora de custa corti, fora de custu logu, ca d’at puntu su fogu.
Esso, esce la sera del 31 Luglio, alla vigilia di una delle feste della luna, per scacciare via la fatica, la morte e augurare buoni raccolti e buoni frutti a campi e vigne che, l’indomani, verranno “propiziate a sa muda e con is brebus”.

(Photo TANIA PISANO)